Baruch Spinoza

ARGOMENTI: vita e opere, Trattato sull’emendazione dell’intelletto, Breve trattato su Dio l’uomo e il suo bene, Etica dimostrata secondo il metodo geometrico, Trattato teologico-politico, critica ai miracoli

VITA E OPERE: Spinoza nacque ad Amsterdam nel 1632 da una famiglia ebraica di origine portoghese. Nel 1656 venne accusato di eterodossia ed espulso dalla comunità ebraica; non si avvicinò al cristianesimo, ma strinse rapporti con deisti, libertini e membri di sette protestanti. Lavorò nell’attività commerciale del padre fino al 1661, anno in cui si trasferì a Rijnsburg, dove visse vendendo lenti per occhiali ed iniziò a comporre l’Etica dimostrata secondo il metodo geometrico, che rinunciò a pubblicare a causa del clima intollerante, che raggiunse il culmine nel 1672 con l’omicidio di Jan e Cornelius de Witt (dirigenti del partito repubblicano) da parte di una folla aizzata dai sostenitori della casa degli Orange. Spinoza si era trasferito a Woorburg nel 1663, anno in cui pubblicò i Principi della filosofia di Cartesio, con in appendice i Pensieri metafisici, e all’Aja nel 1670, anno in cui uscì, anonimo, il Trattato teologico-politico, che sarà condannato dai tribunali olandesi insiemi ad altri libri giudicati pericolosi, come il Leviatano, e messo all’Indice dalla Chiesa cattolica. Tutte le altre opere saranno pubblicate postume tra cui il Trattato sull’emendazione dell’intelletto (iniziato nel 1658-59 e incompiuto) il Breve trattato su Dio, l’uomo e il suo bene (1660) e il Trattato politico (1676 e incompiuto). Rifiutò una cattedra di filosofia offertagli dall’università di Heidelberg, temendo che avesse inficiato la sua libertà di pensiero, subì la censura impostagli dalle autorità civili ed ecclesiastiche e morì nel 1677.

TRATTATO SULL’EMENDAZIONE DELL’INTELLETTO (1658\’59): all’inizio dell’opera Spinoza racconta di aver deciso di dedicarsi alla filosofia al fine di cercare un sommo bene in grado di garantire la felicità; quelli che gli uomini considerano beni, come ricchezza, onore e piacere, se perseguiti come fini diventano mali, perciò devono essere perseguiti come mezzi per rag-giungere il bene maggiore, che consiste nell’ assumere un atteggiamento razionale di fronte al mondo. In questo modo si può comprendere che tutti gli eventi sono determinati dalle leggi della natura e riconoscere che tutto accade necessariamente.

I principali mezzi per conseguire il sommo bene sono:

  • la conoscenza della natura delle cose;
  • la creazione di una morale, una pedagogia, una dottrina medica ed una società che consenta di raggiungere il fine stabilito a più uomini possibile;
  • lo studio della meccanica (la tecnica guidata dalla scienza).

Ma il primo compito da assolvere per edificare il vero sapere consiste nell’emendazione o purificazione dell’intelletto; il Trattato prende così la forma di un discorso sul metodo da seguire, per mettere l’intelletto nella condizione di conoscere la verità nel miglior modo possibile. Spinoza, nell’intento di comprendere il funzionamento della mente, distingue 4 gradi di conoscenza:

  1. l’immaginazione, che fonda nozioni in base al “sentito dire”;
  2. la percezione sensibile, che offre conoscenze casuali e indeterminate;
  3. la conoscenza razionale, che permette di sapere le cause e gli effetti e di risalire ai concetti universali, principi delle scienze;
  4. l’intuizione contemplativa, ovvero la conoscenza immediata che permette di cogliere direttamente l’essenza delle cose, e mostra la derivazione di tutte le cose dall’essenza di Dio; in questo modo il mondo non ci apparirà più come un insieme di entità separate, ma come un’unica realtà universale, un tutto ordinato secondo un principio che è l’essenza stessa di Dio. L’intuizione è perciò il massimo grado di conoscenza.

Spinoza indica alcune regole per la vita quotidiana, come aveva fatto Cartesio stabilendo la morale provvisoria; sono tre:

  1. Adeguarsi alle capacità e al linguaggio delle persone comuni;
  2. Godere dei piaceri quanto è sufficiente a mantenere la salute;
  3. Ricercare i beni materiali solo per conservare la vita e la salute.

BREVE TRATTATO SU DIO, L’UOMO E IL SUO BENE (1660): in quest’opera troviamo una definizione di Dio, che ritornerà nell’Etica, secondo cui Dio è un essere dagli infiniti attributi, ciascuno dei quali è infinitamente perfetto nel suo genere. Quindi Dio ha tutti gli attributi immaginabili, non solo quelli che ci appaiono buoni; Dio è il tutto ed è l’ordine necessario del tutto. Spinoza supera così lo schema ebraico-cristiano che separava Dio e la natura, il Creatore e la creazione

ETICA DIMOSTRATA SECONDO IL METODO GEOMETRICO: venne scritta, in latino, a partire dal 1661, e pubblicata postuma nel 1677; come preannuncia il titolo, Spinoza espone le sue affermazioni e il modo in cui vi è giunto con rigore geometrico, seguendo il metodo deduttivo: pone definizioni, assiomi e postulati da cui ricava necessariamente proposizioni e dimostrazioni, con corollari e scoli. Le dimostrazioni si concludono con la formula tipica dei trattati di geometria: Q.E.D.  Spinoza mostra, così, di condividere con Cartesio e Hobbes l’idea della superiorità della matematica sugli altri saperi, ed esprime anche la sua convinzione che l’ordine geometrico sia l’effettivo ordine della natura, la quale è pervasa ad una necessità matematica: una volta posto il triangolo tutti i suoi teoremi derivano necessariamente, così come fanno tutte le cose una volta posta la definizione di Dio.

La I parte è dedicata a Dio, che viene indicato come causa sui, perciò la sua essenza implica necessariamente l’esistenza (un discorso analogo alla prova ontologica dell’esistenza di Dio, di Anselmo d’Aosta). Dio è l’unica sostanza e la sostanza è ciò che, essendo causa di sé stessa, per esistere, non ha bisogno di nessun’altra realtà, e per essere concepita, di nessun altro concetto, di conseguenza è infinita, una e indivisibile, poiché altrimenti avrebbe qualcosa al di fuori di sé e dipenderebbe da altro.

Allontanandosi da Cartesio, che nei Principi della filosofia aveva definito la sostanza come ciò che è causa di sé stessa, Spinoza nota che sarebbe contraddittorio chiamare sostanze anche la res cogitans e la res extensa, le quali vengono perciò considerate come due attributi  della sostanza, che la rendono manifesta all’intelletto umano: sebbene l’uomo possa conoscere solo due attributi, ve ne sono, in realtà, infiniti poiché la sostanza è infinita; anche il pensiero e l’estensione, non realtà autonome (viene rifiutato il dualismo cartesiano), ma aspetti di un’unica realtà, sono infiniti.

I singoli pensieri e le singole cose estese sono, invece, i modi in cui gli attributi si manifestano; i modi sono accidenti o determinazioni particolari degli attributi e, a differenza di questi ultimi, non fanno parte nella sostanza, nel senso che gli attributi non si distinguono ontologicamente dalla sostanza, mentre i modi sono su un piano di dipendenza ontologica dagli attributi. Questi ultimi sono eterni, mentre i modi sono finiti, ma numericamente infiniti, dato che esprimono infiniti attributi.

L’essenza dell’uomo è costituita da un modo del pensiero, un’idea, e da un modo dell’estensione, un corpo. Negando la sostanzialità a tutto ciò che è finito, Spinoza giunge a considerare la mente solo come l’idea del corpo, la conoscenza degli stati corporei, ed a rifiutare la concezione dell’anima come sostanza immortale.

L’essenza di Dio è costituita sia dal pensiero, sia dall’estensione: Dio è una realtà pensante ed estesa, da cui derivano necessariamente tutte le idee e tutti i corpi, e priva di intelletto e volontà. Non si tratta del Dio antropomorfo della tradizione biblica, che crea il mondo per scelta e come una sostanza separata da Lui, ma di un dio inteso come causa immanente di tutte le cose: poiché non esiste nulla fuori di Lui, Dio agisce in sé stesso, e non fuori di sé, e causando necessariamente sé stesso, causa tutte le cose. In ciò consiste il panteismo di Spinoza, sintetizzato nella formula “Deus sive natura”.

Il rapporto tra libertà e necessità è un tema centrale nel pensiero spinoziano: le due cose non sono opposte, ma coesistono. La sostanza è libera in quanto è causa di sé, non è determinata da altro se non da sé: Dio è causa libera perché esiste e agisce per la sola necessità della sua natura, risponde solo alle leggi della sua natura e non è costretto da nulla. La sua libertà quindi, non si esprime nella scelta se produrre o meno ciò che segue dalla sua natura, la causa produce necessariamente l’effetto. Spinoza chiama Dio, la causa libera, natura naturans, e il mondo, l’effetto che segue, natura naturata. In natura non c’è niente di contingente, nulla potrebbe essere diverso da come è. Dio non ha progettato il mondo con l’intelletto, non lo ha voluto e non lo ha creato per amore: intelletto, volontà e amore appartengono solo alla natura naturata. La volontà dell’uomo, come aveva sostenuto anche Hobbes, non è libera dal determinismo, ma è determinata da cause precedenti che l’uomo ignora, illudendosi, così, di essere libero. Spinoza contesta, inoltre, il pregiudizio finalistico, secondo cui, non solo gli uomini, ma anche la natura e Dio agiscono in vista di un fine: Dio avrebbe creato il mondo in vista dell’uomo. In realtà, sostiene Spinoza, le cause finali sono solo finzioni, ogni azione è determinata dalla catena delle cause efficienti. Il finalismo, non solo sovverte la natura, ma nega anche la perfezione di Dio, poiché, se Dio agisse in vista di un fine, desidererebbe qualcosa di cui manca.

Un’implicazione etica della critica del finalismo consiste nella decadenza della considerazione di bene e male, ordine e disordine, giusto e ingiusto, come nozioni oggettive: non si tratta di proprietà delle cose, ma modi di immaginare le cose e sono un risultato dell’antropocentrismo.

La II parte è dedicata alla mente, che viene indicata come l’idea del corpo: essa, infatti, conosce sé stessa, il corpo ed i corpi esterni mediante le idee delle modificazioni del corpo. Se il corpo non fosse in alcun modo affetto dai corpi esterni, la mente non potrebbe percepire la loro esistenza, perciò la conoscenza ha come mezzo principale il corpo, e può essere inadeguata, se la mente si ferma all’apparenza, limitandosi a registrare le cose, o adeguata, se la mente coglie il sistema di relazioni in cui le cose sono inserite.

Spinoza ripropone la teoria dei gradi della conoscenza, già esposta nel Trattato sull’emendazione, ed indica, non più quattro, ma tre generi di conoscenza:

  1. L’opinione o l’immaginazione, che consiste nella percezione sensibile ed offre una conoscenza inadeguata, perché considera solo gli eventi particolari e non i loro nessi, e fallace, perché genera idee confuse rappresentando le cose come contingenti.
  2. La ragione, che è il sapere della scienza (matematica e fisica) ed offre una conoscenza adeguata, perché coglie le cause e mostra le cose come sono in sé, come necessarie e derivanti dalla necessità della natura divina.
  3. L’intelletto o conoscenza intuitiva, che è la forma di conoscenza più chiara e distinta poiché, procedendo dall’idea adeguata degli attributi divini, coglie la necessità delle cose nella sua assolutezza. Questa conoscenza assoluta e intuitiva è una visione intellettuale che rappresenta il culmine di un itinerario razionale.

A conclusione della II parte, Spinoza indica le conseguenze etiche della sua dottrina deterministica, la quale fornisce 4 insegnamenti volti a raggiungere una vita buona e felice:

  1. La felicità consiste nella sola conoscenza di Dio, dal momento che agiamo per il solo potere di dio e partecipiamo della natura divina.
  2. Bisogna sopportare tanto la buona quanto la cattiva fortuna, dato che tutto dipende da Dio.
  3. Poiché ognuno è contento della propria condizione, nessuno odia, disprezza o invidia il prossimo.
  4. Insegna, infine, come governare i cittadini affinché compiano le azioni migliori.

I primi due insegnamenti sono utili all’individuo, gli altri alla società; questo tema viene sviluppato nella III parte.

La III parte è dedicata agli affetti; ci sono due tipi di affetti: le azioni, che nascono dalle idee chiare e distinte, e le passioni, derivanti dalle idee confuse. Gli affetti non devono essere valutati moralisticamente, in quanto seguono le leggi di natura, ma compresi: sia l’amore, sia l’odio (cioè la gioia e la tristezza accompagnate dall’idea di ciò che le ha provocate) conseguono necessariamente dalla natura. Secondo il principio fondamentale che domina il mondo affettivo, ogni cosa al mondo si sforza di conservare sé stessa, seguendo l’universale legge naturale, e questo sforzo (“conatus”) è detto volontà, se riferito alla sola mente, ed appetito, se riferito anche al corpo. La gioia è l’emozione connessa alla conservazione del proprio essere, la tristezza è connessa alla sua diminuzione.

La IV parte riguarda la schiavitù umana, ovvero la condizione di impotenza nel moderare i propri affetti; questo stato è inevitabile, poiché anche le passioni sono soggette al determinismo e l’uomo tende ad adattarsi all’ordine naturale. Dato che l’autoconservazione è l’istinto primario, il male è ciò che la ostacola e il bene e ciò che la facilita e coincide con l’utile; il conseguimento dell’utile è la virtù: l’uomo è virtuoso se vive secondo ragione, ovvero conosce in modo chiaro e distino Dio e ciò che deriva dalla sua natura. La virtù, quindi, non contrasta la natura, la vita etica non consiste nel negare gli impulsi naturali, ma nel controllarli con la ragione.

La V e ultima parte riguarda la libertà umana: l’uomo è libero non perché può sottrarsi al determinismo, ma perché può comprendere la necessità delle passioni e cessare di esserne schiavo. La conoscenza intuitiva che coglie la necessità, genera l’amore intellettuale di Dio, cioè la gioia derivante dalla conoscenza dell’ordine necessario; in ciò consiste lo stato di beatitudine, il sommo bene dell’uomo. Il saggio modera i propri affetti, possiede la tranquillità dell’anima, è consapevole che il mondo non è creato per lui, conosce le proprie e le altrui debolezze, segue, insomma, i 4 insegnamenti del determinismo.

TRATTATO TEOLOGICO-POLITICO (1670): affronta il tema della libertà in rapporto alla religione ed alla politica (nell’Etica era esaminato in riferimento all’individuo); Spinoza cerca di dimostrare che la libertà di pensiero e di espressione è un diritto primario dell’uomo ed è essenziale per l’esistenza della religione e della pace dello Stato. Critica i teologi, sia cristiani sia ebraici, che, basandosi su pregiudizi religiosi, giudicano l’intelletto naturalmente corrotto, sottomettono la filosofia alla teologia, limitano la libertà di pensiero, alimentano l’intolleranza ed ostacolano la nascita di una libera repubblica. Per interpretare correttamente la Scrittura, bisogna adottare lo stesso metodo usato nello studio della natura, non le si possono attribuire insegnamenti che non risultino in modo chiaro dall’analisi del testo e della sua storia.

La religione rientra nel dominio dell’immaginazione, primo grado della conoscenza, come mostrano i profeti che ricevono le rivelazioni per mezzo della loro immaginazioni; Spinoza afferma esplicitamente che la profezia, non essendo certa nel senso in cui lo è, invece, l’idea chiara e distinta, è inferiore rispetto alla conoscenza naturale. I libri dei profeti, lungi dal contenere la vera conoscenza, si limitano a fornire norme di vita pratica, il loro fine ultimo sembra quello di insegnare l’obbedienza, non la verità, tant’è che nella Bibbia non si trova una definizione esplicita di Dio, del quale si parla, invece, in modo improprio, attribuendogli un’immagine antropomorfa. La verità è lo scopo della filosofia, che non ha nessuna affinità con la teologia; la fede non richiede la conoscenza della verità, ma consiste essenzialmente nelle azioni umane, che manifestano l’obbedienza: se le opere sono buone, allora chi le compie è credente, a prescindere da ciò che pensa riguardo ai dogmi; Spinoza cerca, così, di porre fine alle controversie religiose.

Nei primi 15 capitoli del Trattato, Spinoza stabilisce l’indipendenza della filosofia dalla teologia, negli ultimi 5 spiega come lo Stato possa garantire la libertà di pensiero e di parola e consentire il raggiungimento del massimo bene per l’uomo, la felicità. Tralasciando il tema dell’organizzazione costituzionale del governo, a cui sarà dedicato il Trattato politico, Spinoza si sofferma sulla centralità della libertà sul piano politico: sostiene che uno Stato democratico ha il compito di garantire la libertà, in quanto diritto inalienabile dell’uomo: se questo venisse eliminato, verrebbero meno sia l’essenza della natura umana, sia la stabilità dello Stato, poiché si affermerebbe il servilismo e decadrebbero le virtù e la convivenza civile.

Spinoza condivide la tesi giusnaturalistica dell’instabilità dello stato di natura, che non garantisce l’autoconservazione, e definisce il passaggio alla società civile naturale e razionale; lo Stato non ha, però, il diritto di trasformare gli uomini in bestie o automi, dominarli con la paura e presentarsi come un potere assoluto; allontanandosi da Hobbes ed avvicinandosi a Locke, Spinoza sostiene che il potere politico deve essere sottoposto a limiti e controlli ed i cittadini hanno il diritto di resistere ai suoi abusi.

Gli stati che riescono a garantire nel modo migliore la convivenza civile, sono quelli nei quali i cittadini partecipano al governo della cosa pubblica e l’autonomia individuale e collettiva viene assicurata, senza cadere nell’anarchia o nell’utopia. Spinoza è considerato un teorico della democrazia moderna; il suo pensiero si caratterizza anche per un forte realismo politico, non a caso il Trattato politico si apre con una polemica rivolta ai filosofi che, come Platone, hanno elaborato modelli politici lontani dalla realtà ed irrealizzabili nella pratica.


Spinoza prende una posizione radicale riguardo ai miracoli: un miracolo è un fenomeno di cui non possiamo spiegare la causa naturale sull’esempio di altri fenomeni consueti; è dovuto, quindi, ad un limite dell’intelletto umano, non ad una violazione delle leggi universali della natura, che derivano dalla necessità della natura divina; se Dio operasse qualcosa contro le leggi naturali, allora agirebbe contro la propria natura. Spinoza, che ha superato la distinzione fra Dio e natura (deus sive natura), contesta la convinzione, da cui deriva la credenza nei miracoli, secondo cui Dio non agisce quando la natura segue il suo corso noto, e quando agisce le forze della natura rimangono inattive.


 

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