La Controriforma: Concilio di Trento, Ordini religiosi e Inquisizione

Con l’affermarsi della riforma luterana, molti, compreso l’imperatore Carlo V, ritengono che per riunire la cristianità sia necessario un concilio ecumenico che, tuttavia, non viene convocato né da Leone X, né da Clemente VII, probabilmente per non rischiare una rinascita delle istanze conciliariste che in passato avevano cercato d’imporsi sull’autorità papale. Solo nel 1536, Paolo III decide di convocare un concilio a Mantova, che poi viene rinviato e riaperto a Trento, una città che sia geograficamente, sia politicamente, sembrava dare garanzie di riconciliazione: infatti faceva parte del Sacro Romano Impero, era vicina ai paesi di lingua tedesca ed era governata da un principe-vescovo.

I fase, 1545-47

Fin dalla prima fase del concilio, quella fra il ’45 e il ’47, emerge il contrasto fra le intenzioni del papa e quelle dell’imperatore: il primo rappresenta gli interessi della Curia romana e vede il concilio come un modo per restaurare l’autorità della chiesa ed organizzare la repressione dell’eresia. I prelati vicini all’imperatore, invece, auspicano innanzitutto ad una riforma della chiesa cattolica, come primo passo verso un compromesso con i protestanti, volto a salvaguardare l’autorità di Carlo V in Germania. Perciò l’imperatore insiste affinché vengano subito trattate le questioni sulla disciplina del clero, mentre Paolo III, che con i suoi legati di fatto controlla il concilio, fa affrontare anche le questioni teologiche che dividono cattolici e protestanti. Così vengono approvati decreti sui sacramenti, sull’interpretazione delle Scritture e su altri aspetti che sembrano già precludere un accordo con i protestanti. A questo punto i rapporti fra papato e impero si inaspriscono ulteriormente, il papa cerca di assumere il pieno controllo del concilio facendolo trasferire a Bologna, ma alla fine i lavori si bloccano.

II fase, 1551-52

Anche la seconda fase, quella del ’51-’52, non è risolutiva, per quanto il nuovo papa, Giulio III, si mostri più aperto del suo predecessore. Viene trattato il problema dell’eucarestia, ma la riapertura del conflitto fra l’imperatore e la Francia di Enrico II, alleato dei principi protestanti tedeschi, induce il papa a sospendere di nuovo i lavori.

III fase, 1562-63

L’ultima fase, quella del ’62-’63, viene aperta da Pio IV, questa volta su sollecitazione della stessa corona francese, interessata ad impedire l’espansione calvinista nel suo territorio. Questa fase conferma definitivamente la natura del concilio come un’assise esclusivamente cattolica volta a rafforzare la struttura e la dottrina della chiesa di Roma al fine di contrastare al meglio tutte le altre confessioni cristiane: infatti viene stabilita la validità delle opere di bene e del ruolo mediatore della Chiesa al fine della salvezza; la validità esclusiva dell’interpretazione biblica accettata dalla Chiesa; la validità dei sacramenti, del culto dei santi e delle reliquie, l’esistenza del Purgatorio. Proprio per questa evidente contrapposizione alla dottrina luterana, si parla di Controriforma. Tuttavia ci furono anche importanti elementi di riorganizzazione interna, sulla base dei quali si parla di Riforma cattolica. Oltre al richiamo alla moralità, con l’obbligo di castità e celibato, viene sottolineata l’importanza della cura delle anime, con l’obbligo di residenza dei vescovi nelle diocesi di appartenenza o anche con l’obbligo del clero secolare di amministrare i sacramenti, di predicare ed insegnare ai fedeli i precetti religiosi. Il clero secolare, tuttavia, versava in una condizione d’ignoranza e difficilmente riusciva a difendere l’ortodossia; era necessario far conoscere e diffondere la nuova confessione di fede tridentita, promulgata da Pio IV nel 1564, pertanto venne fondato un seminario in ogni diocesi. Il clero, anche quello regolare, viene sottoposto a maggiori controlli e diventa a sua volta uno strumento di controllo: i vescovi devono indire i sinodi e partecipare ai concili provinciali, devono effettuare visite pastorali nelle loro diocesi per verificare le condizioni morali e materiali dei fedeli e degli ecclesiastici e per promuovere l’applicazione dei decreti tridentini; i parroci devono registrare i battesimi, i matrimoni e le morti, mentre la comunione pasquale obbligatoria diventa un mezzo per conoscere l’esatta composizione delle comunità parrocchiali.
L’applicazione dei decreti tridentini trova l’opposizione di parte del clero, dell’episcopato e anche delle classi dirigenti cattoliche. I sovrani si rendono conto che ne deriverebbe un rafforzamento del potere papale a scapito di quello dei vescovi e del Collegio cardinalizio, che rappresenta tradizionalmente gli interessi delle dinastia e delle aristocrazie europee. Inoltre si continua a rifiutare l’ingerenza della Curia romana all’interno delle Chiese locali. Tuttavia si afferma anche una nuova generazione di vescovi che si batte per riformare le diocesi: ne è un esempio Carlo Borromeo, che a Milano riorganizza la struttura ecclesiastica, contrasta gli abusi e le forme di immoralità, sostiene le opere pie e soprattutto difende la preminenza dell’autorità ecclesiastica, anche scontrandosi con il potere laico, ossia con i ministri di Filippo II.

Ordini religiosi

Un impegno significativo nell’opera di riforma cattolica viene assunto dal clero regolare. Già nel Medioevo ordini religiosi come i francescani, i domenicani, gli agostiniani, avevano svolto un ruolo centrale nella predicazione, anche sostituendosi al clero secolare meno colto e preparato. La loro presenza era molto radicata nel territorio, anche in ragione delle loro opere caritatevoli ed assistenziali. I nuovi ordini che nascono nella prima metà del ‘500, come i barnabiti, i somaschi, i gesuiti, abbandonano la vita appartata e ascetica dei conventi di campagna, per inserirsi all’interno della realtà urbana, e si caratterizzano per una forte tensione pedagogica e missionaria: quindi oltre alla predicazione e all’assistenza si dedica-no anche all’istruzione e alla diffusione del cattolicesimo. In particolare i teatini e i gesuiti riescono ad inserirsi nella vita socio-politica influenzando, attraverso un’istruzione superiore elitaria, il comportamento delle classi dirigenti. L’Ordine dei chierici regolari fu fondato nel 1524 da Gaetano da Thiene e Gian Pietro Carafa, allora vescovo di Chieti, perciò erano detti teatini, e fu approvato da Clemente VII, mentre la Compagnia di Gesù venne fondata da Ignazio di Loyola e approvata da Paolo III nel 1540. Rappresentava il più importante ordine missionario, riuscendo ad operare dall’America latina all’Estremo Oriente.

L’inquisizione

Nel 1542, prima ancora dell’inizio del Concilio di Trento, Paolo III, per ostacolare la diffusione delle idee riformate ed eterodosse, riorganizza il tribunale dell’Inquisizione, ponendolo sotto il controllo della Congregazione dei cardinali del Sant’Uffizio, presieduta dallo stesso pontefice e formata da quei cardinali che reclamavano l’adozione di una linea repressiva, fra cui Gian Pietro Carafa. Sebbene l’obiettivo sia il controllo delle coscienze e la persecuzione dell’eresia in tutta la cristianità, il raggio d’azione dell’Inquisizione romana è sostanzialmente limitato all’Italia, con l’eccezione di Sicilia e Sardegna, dove opera l’Inquisizione spagnola. Oltre agli individui e alle comunità che si sono avvicinate alle dottrine riformate, si trovano ad aver a che fare con i tribunali inquisitori anche quegli ecclesiastici che hanno cercato di raggiungere una mediazione con il luteranesimo. Ne è un esempio il cardinale Giovanni Morone, che si era mostrato sensibile alla istanze valdesiane e venne fatto arrestare da Carafa, il quale era anche diventato papa Paolo IV, lo stesso che per diversi anni si oppose alla ripresa del conci-lio di Trento e lo stesso che fece pubblicare il primo indice dei libri proibiti. Anche Ignazio di Loyola finì sotto inchiesta.
Nel ‘600 l’Inquisizione si rivolge principalmente a pratiche magiche o comunque considerate eterodosse, diffuse nella popolazione rurale: feste, culti o riti di origine pagana, che rappresentavano una realtà del tutto diversa dal protestantesimo. Oggetto di repressione erano anche manifestazioni culturali, come il teatro, accusate di incoraggiare l’immoralità.

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