Plotino

ARGOMENTI: vita e opere, teoria dei principi, processo di emanazione, Uno, intelletto, anima e enti sensibili, epistrofé.

VITA E OPERE: Le notizie sulla vita di Plotino sono state tramandate dal discepolo Porfirio di Tiro che scrisse una Vita di Plotino come premessa alle opere del maestro da lui pubblicate.

Nacque nel 205 a Licopoli (Egitto) e si trasferì con la famiglia ad Alessandria dove frequentò per 11 anni, dal 233 al ’44, la scuola di Ammonio Sacca, considerato il fondatore del Neoplatonismo, l’ultima manifestazione della filosofia greca antica che rappresenta una sintesi ed una formulazione sistematica di tendenze aristoteliche, stoiche e pitagoriche, oltre che del pensiero platonico; Plotino ne è il maggiore esponente.

Nel 244 partì con la spedizione contro i persiani di Gordiano III, al fine di conoscere le dottrine ed i filosofi orientali, come i gimnosofisti indiani, e senza avere un ruolo militare; questo privilegio fu forse dovuto all’agiatezza della sua famiglia. In Mesopotamia l’imperatore morì e Plotino dovette riparare ad Antiochia. Quindi si stabilì a Roma dove fondò una scuola che, però, decadde dopo la sua morte. Fra i suoi uditori, oltre ai discepoli più stretti come Porfirio, Amelio Gentiliano, Zeto, Eustochio, c’erano anche senatori romani e gnostici. Plotino scrisse un trattato Contro gli gnostici che screditava la loro interpretazione delle dottrine platoniche ed in particolare del Timeo e del Fedone[1].

A partire dal 254 cominciò a scrivere dei trattati, in tutto 54, cedendo alle sollecitazioni dei suoi discepoli i quali lo spinsero a rompere un patto che lo obbligava a non diffondere per iscritto gli insegnamenti di Ammonio Sacca ed a limitarsi all’insegnamento orale, in conformità con l’esempio socratico. Tra l’altro sembra che durante le lezioni Plotino fosse propenso ad interagire con l’uditorio, ed anche nei trattati si nota uno stile, un metodo dialogico, come se l’autore si scindesse riuscendo a dare voce anche agli avversari e a trattare quei problemi occasionali sorti durante le lezioni. Perciò i suoi scritti non presentano un carattere sistematico, questo gli venne conferito in seguito dall’ordine di Porfirio.

Nel 269 si trasferì in Campania nella villa del seguace Zeto; era malato e con la successione di Claudio II a Gallieno aveva anche perso i favori imperiali; morì l’anno seguente. Circa 30 anni dopo, Porfirio pubblicò i trattati in 6 enneadi, secondo un ordine tematico:

  • la I enneade riguarda l’etica, le virtù, l’essere umano e si apre con lo scritto Sul vivente, che cronologicamente è il penultimo.
  • La II e la III trattano temi fisici e cosmologici, riguardo il mondo, la materia, il moto degli astri; qui si colloca lo scritto Contro gli gnostici.
  • La IV si concentra sull’Anima.
  • La V riguarda l’Intelletto
  • La VI tratta l’Uno\Bene

Si può notare in quest’ordine un percorso ascensionale che rispecchia la concezione della filosofia come un viaggio catartico nel quale l’anima si dissocia dal corpo, dalle realtà materiali, acquisisce virtù superiori e si eleva all’intelletto, e quindi all’Uno.

Si conosce anche la cronologia di queste opere che sono state divise in tre gruppi: i primi 21 trattati vennero scritti tra 254 e ’63, altri 24 tra ’63 e ’68 e negli ultimi anni ne scrisse altri 9; gli ultimi li inviò a Porfirio che si trovava in Sicilia. La sistemazione cronologica, a differenza dell’edizione porfiriana, mostra dei legami fra le opere antignostiche, e si è pensato che Porfirio abbia scisso un unico scritto per raggiungere il numero 54. Si pensa che fra i due ci fossero contrasti dottrinari su Platone e Aristotele (Porfirio fu l’iniziatore del concordismo).

LA TEORIA DEI PRINCIPI Plotino fondò la sua teoria dei principi sull’interpretazione del Parmenide che attribuisce a Platone la distinzione di 3 Uno, infatti:

  • nell’ipotesi che pone l’esistenza dell’uno, Plotino legge l’Uno assoluto
  • in quella che pone l’esistenza dell’uno in quanto uno, Plotino legge l’uno – molti, che corrisponde all’Intelletto – intelligibile
  • nell’ipotesi che pone l’uno come partecipante e non partecipante dell’essere Plotino legge l’uno e i molti, cioè l’Anima.

QUINDI I PRINCIPI INTELLIGIBILI SONO, IN ORDINE LOGICO-CAUSALE, L’UNO, L’INTELLETTO E L’ANIMA.

IL PROCESSO DI EMANAZIONE: L’Uno è la causa ultima per cui tutto esiste e da cui tutto deriva; essendo perfetto non ha bisogno di nulla, perciò Plotino spiega la generazione dell’Intelletto con la sovrabbondanza dell’Uno che, traboccando, fa scaturire necessariamente un indefinito che diventa Intelletto quando si volge a contemplare l’Uno stesso; tuttavia non lo coglie nella sua piena unità, ma sotto forma di una molteplicità intelligibile: gli intelligibili sono, appunto, le entità pensate dall’intelletto e corrispondono ai modelli eterni delle cose, come le idee platoniche. Analogamente dall’Intelletto si produce l’Anima che, tramite le idee ricevute dall’Intelletto, ordina e vivifica la Materia. Questo processo per cui tutto deriva dall’Uno avviene fuori dal tempo, è eterno, e viene chiamato emanazione, processione, irradiazione; Plotino esprime questi concetti con varie immagini, come l’irradiarsi della luce da una fonte luminosa; via via che ci si allontana dalla fonte i gradi di emanazione sono sempre meno perfetti, infatti gli esseri minori hanno meno unità.

  • L’UNO ASSOLUTO: è il primo delle tre ipostasi, le realtà sostanziali divine che formano il mondo intelligibile; è radicalmente diverso da tutto ciò di cui è il principio, infatti è privo di forma e di figura ed è al di là dell’essere, poiché attribuirgli l’essere introdurrebbe una dualità, una qualche determinazione, mentre l’Uno esclude ogni determinazione quantitativa e spazio-temporale, infatti, essendo infinito, non può avere attributi finiti. La sua infinità, poi, non è un concetto matematico o fisico, ma è intesa come un’illimitata potenza produttrice, rientra nella dimensione metafisica ed immateriale. Quindi l’Uno è anteriore al moto, alla quiete, alla vita ed anche al pensiero che implicherebbe una relazione duale tra pensato e pensante: quindi non è oggetto di pensiero né per sé né per gli altri e di conseguenza è inconoscibile ed indicibile. Questa concezione si avvicina molto a quella che sarà poi chiama teologia negativa dato che l’Uno appare come l’assolutamente altro di cui si può dire solo ciò che non è, facendo riferimento ai suoi effetti. Plotino, però, parla dell’Uno anche in termini di Bene, ispirandosi a Platone, con la differenza che per lui il Bene non è un’idea fra le altre, come un primus inter pares, ma è il principio per il quale tutto esiste ed il mondo vi si rapporta come al supremo oggetto di desiderio, perciò è il Bene soprattutto in relazione al mondo.
  • L’INTELLETTO: è il secondo delle tre ipostasi, le realtà sostanziali divine che formano il mondo intelligibile, ed è essere, pensiero e vita; mentre l’Uno è assolutamente semplice, l’Intelletto implica uno sdoppiamento tra soggetto pensante e oggetto pensato e ciò che pensa sono gli enti intelligibili, cioè i modelli eterni delle cose, come le idee platoniche. Quindi l’Uno è la potenza di tutte le cose, mentre l’Intelletto è l’esplicazione di tutte le forme dell’essere e si identifica con lo stesso Essere che è anche uno e molti allo stesso tempo, in quanto comprende i molti in unità. Per definire il modo di conoscere dell’Intelletto Plotino attinge al principio aristotelico secondo cui, per gli enti immateriali, la conoscenza è identica all’oggetto di pensiero, perciò il sapere dell’intelletto viene concepito come identità tra soggetto che conosce, oggetto conosciuto e atto del conoscere.
  • L’ANIMA: è la terza delle tre ipostasi, le realtà sostanziali divine che formano il mondo intelligibile, e con essa si compie il passaggio al mondo sensibile: infatti l’anima riceve dall’intelletto le idee tramite le quali ordina e vivifica la materia; è una realtà incorporea e immortale ed è nel contempo una e molteplice: infatti, pur essendo una realtà unitaria ed indivisibile, partecipa del molteplice e si scinde nei vari corpi che va ad animare. Si possono distinguere tre tipi di anima: quella totale, detta ipostatica, quella del mondo e le anime individuali, delle quali la parte inferiore è associata ai corpi particolari, mentre la parte superiore, per la teoria dell’anima non discesa, rimane nell’intelligibile e quindi ci permette di accedere agli enti intelligibili e di agire mediante l’intelletto anziché mediante le sensazioni. Questa concezione, che Plotino formula sin dai primi trattati, ha perciò conseguenze sia nel campo epistemologico, sia in quello etico, sia in quello antropologico, in quanto implica la questione dell’identità individuale che non si riscontra più nella persona empirica, ma nell’anima non discesa. Per quanto riguarda l’etica, essa ha un carattere eudemonistico, identifica la felicità con l’esercizio della virtù, cioè con l’attività contemplativa; la vita etica è svincolata dal mondo empirico, è la vita autonoma dell’essere-intelletto e si realizza nella figura del saggio costantemente impegnato nella contemplazione delle forme.
  • GLI ENTI SENSIBILI: Plotino, riprendendo l’Ilemorfismo aristotelico, ritiene che gli enti sensibili sono composti da forma (morfé) e materia (ìle); quest’ultima non ha determinazioni, può solo ricevere passivamente le caratteristiche formali. Plotino, però non la definì in modo unitario: nel trattato Sulle due materie la considera come privazione essenziale, cioè come non-essere, nei trattati antignostici, essendo in polemica con chi disprezzava il corpo, sottolinea che ogni grado dell’Universo deriva dalla potenza produttrice dell’Uno e riconduce tutto alla dimensione formale, compresa la materia che viene definita ora come una forma ultima. Infine, nel trattato Su ciò che sono e da dove vengono i mali, la materia si identifica con il male in sé: infatti tutto deriva dall’Uno – Bene, ma via via che ci si allontana da esso i gradi di emanazione sono sempre meno perfetti, c’è sempre meno Bene, fino ad arrivare al termine ultimo, la materia, che non avendo capacità di conversione è causa dei mali ed è rappresentata dall’oscurità; il male non è inteso come opposto del bene, ma come sua privazione, e se la materia venisse intesa come un principio separato il sistema monistico verrebbe meno. Secondo alcuni la materia si sarebbe distaccata dall’intelligibile per audacia o temerarietà e così sarebbe caduta al livello più basso.

* L’intelletto amante è quello che procede dall’Uno ed è legato ad esso in un rapporto simbiotico, l’intelletto pensante è quello che si rivolge verso l’Uno nel processo di conversione, l’epistrofè.

L’epistrofè o conversione è il processo inverso all’emanazione o processione ed avviene in contemporanea ad esso: gli enti sensibili tendono al Bene perciò si rivolgono verso l’Anima che si rivolge all’Intelletto e quindi all’Uno.

Il ruolo della filosofia è proprio quello di ricondurre l’anima alla sua origine, facendola risalire dalla molteplicità verso l’unità; è un processo che prevede la conoscenza di sé ed il raccoglimento interiore: abbandonando le esperienze empiriche vissute con il corpo l’anima si fa intelletto, ovvero si ricongiunge e si identifica con esso attraverso la parte superiore dell’anima non discesa. A questo punto può accedere alla visione dell’Uno poiché l’intelletto ha una facoltà chiamata non-intelletto attraverso la quale contempla l’Uno in una visione che realizza l’assoluta identità e annulla ogni alterità.

IL TEMPO: Plotino riprende la definizione platonica del tempo come immagine mobile dell’eternità ed afferma che la temporalità nasce dall’attività dell’Anima del mondo che distribuendosi nei corpi materiali pone in successione di prima e di poi ciò che nel mondo delle idee è tutto insieme nell’eternità.

[1] Gli Gnostici erano, per lo più, cristiani eterodossi, ma l’ortodossia cristiana non si era ancora affermata; riponevano tutta la loro fiducia nella conoscenza che, gli avrebbe assicurato la salvezza e dividevano l’umanità in eletti, quelli certamente salvi, materiali, quelli persi nella mondanità, e psichici, quelli che, a secondo delle loro scelte di vita si sarebbero salvati o meno. Consideravano il Demiurgo, che nel Timeo creava l’universo con ordine ed armonia, come un’entità minore e malvagia ed il suo universo era inteso come una gabbia corporea dal quale l’uomo doveva liberarsi. Nel Fedone c’era una contrapposizione tra corpo mortale ed anima immortale, e gli gnostici ne davano una lettura radicale disprezzando il corpo, come una parte del mondo malvagio. Per Plotino invece il corpo non era un impedimento per la salvezza.

 

 

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