Epicuro

Argomenti: fonti, biografia, epistemologia, fisica, etica.

Fonti

Nel X libro delle Vite e dottrine di filosofi illustri di Diogene Laerzio sono riportate tre lettere di Epicuro a suoi discepoli che contengono delle epitomai della sua dottrina funzionali a ricordare quei principi essenziali che avrebbero assicurato una vita virtuosa e felice: l’epistola ad Erodoto riguarda la fisica, quella a Pitocle i fenomeni celesti ed astronomici e quella a Meneceo l’etica. Diogene tramanda anche le Sentenze Capitali ed una raccolta analoga è stata scoperta nell’800 in un manoscritto vaticano, perciò si chiama Sentenze Vaticane. Nel ‘700 sono stati ritrovati frammenti della principale opera di Epicuro, Sulla natura, in una biblioteca epicurea nella Villa dei papiri ad Ercolano. Un’altra fonte è l’iscrizione che Diogene di Enoanda fece scolpire nel II secolo d.C. per condividere con i suoi concittadini i benefici della filosofia epicurea. Lucrezio, inoltre, scrisse un poema didascalico a riguardo, il De rerum natura; anche Seneca sembra apprezzasse Epicuro (nelle Lettere a Lucilio lo difende dalle caricature). Per il resto dipendiamo da testimonianze ostili, come quelle di Sesto Empirico e Cicerone; quest’ultimo critica soprattutto l’edonismo ed il rifiuto della politica ai fini dell’atarassia. Anche se Epicuro fu uno scrittore prolifico le sue opere sono pervenute in uno stato molto frammentario poiché, a partire dalla Tarda Antichità, vennero prediletti Platone e Aristotele, mentre gli scritti sulle dottrine più materialiste non vennero copiati.

Biografia

Nacque nel 341 a Samo, una cleruchia ateniese; andò ad Atene nel 323-22 per l’efebia, e lì deve essersi avvicinato alla filosofia leggendo e forse ascoltando Aristotele. Visse a Colofone, a Mitilene ed a Lampsaco dove si circondò di una cerchia di amici e discepoli, ma raggiunse l’apice della notorietà ad Atene dove si trasferì nel 307 in una casa fuori le mura, vicino alla Porta del Dipylon, con un grande giardino, perciò la sua scuola era spesso chiamata Kèros. Potevano partecipare alle lezioni anche donne e schiavi poichè la filosofia era intesa come una funzione vitale e perciò doveva poter essere praticata da tutti ed in ogni periodo della vita. I suoi molti avversari sfruttarono questo aspetto per accusarlo di dissolutezza; i seguaci, al contrario, consideravano la sua vita come esemplare e gli erano così legati da venerarlo, dopo la morte, come una divinità o un eroe, oltre che per lo stile di vita anche per aver liberato l’umanità dalle paure esistenziali della morte e dell’aldilà.

Epistemologia

Fra le tre branche della filosofia (logica, fisica ed etica) Epicuro prese la prima come fondamento epistemologico del suo sistema di pensiero onnicomprensivo; non si basò, però, sulla dialettica, ma sulla logica canonica che definiva il criterio di verità o canone: Epicuro cercava i principi che potevano convalidare le affermazioni sul mondo esterno, perciò si parla di una logica della giustificazione. Nella Lettera ad Erodoto vengono indicati 3 criteri di verità:

Un quarto principio è stato trasmesso dai suoi seguaci e consiste nell’anticipazione o pre-concezione (la prolepsis).

* Le percezioni di piacere e dolore sono, come le percezioni sensibili, sempre vere e possono valere come criteri conoscitivi, ma anche etici (il piacere è un parametro del bene, del giusto). Oltre ad essere determinanti nell’etica epicurea, queste percezioni sono funzionali anche nell’ambito della fisica: ad esempio provano che l’anima dell’uomo si trova nel petto.

Un’affermazione è vera solo se può essere ricondotta ai dati dell’esperienza nelle sue diverse forme: in questo senso Epicuro può essere definito un empirista, ma è una definizione inappropriata se si considerano le teorie degli atomi e del vuoto, i costituenti fondamentali del mondo, non percepibili dai sensi e per la cui conoscenza il ragionamento è essenziale.

Fisica

La fisica epicurea si basa su fondamenti epistemologici, come si può notare nei testi superstiti dalle argomentazioni, dall’uso della contro-testimonianza e delle spiegazioni multiple; la logica canonica di Epicuro non è fine a se stessa, ma va a fondare tutto il suo sistema di pensiero. Epicuro sostiene che tutto il reale deve poter agire o subire un’azione e poiché questa capacità è propria esclusivamente dei corpi ogni realtà è corporea, fatta eccezione per il vuoto che assicura ai corpi lo spazio per muoversi.

Anche l’anima è corporea in quanto può determinare degli effetti o esservi sottoposta. Questo sistema può essere quindi definito materialistico ed anche meccanicistico dato che non prevede un disegno provvidenziale ed ogni forma di ordine è temporale, fortuita e dovuta ai movimenti ciechi di particelle inanimate: gli atomi.

Il vuoto e gli atomi rappresentano i costituenti fondamentali dell’universo; poiché non sono percepibili, fanno parte degli adela (fenomeni non evidenti), Epicuro prova la loro esistenza attraverso la contro-testimonianza: se i corpi non fossero composti da particelle indivisibili, da cui il nome atomo, essi potrebbero dividersi all’infinito e dissolversi nel non-essere. Perciò i principi costituenti dei corpi devono essere nature atomiche che nei processi di decomposizione rimangono immutate. Per quanto riguarda il vuoto si prende come segno tangibile della sua esistenza il movimento: tutti i corpi per muoversi hanno bisogno di uno spazio nel quale non vi siano altri corpi, altrimenti si opporrebbero, perciò si tratta di uno spazio vuoto. Sembra che Epicuro fu il primo filosofo greco ad isolare la nozione di spazio come estensione tridimensionale indipendente; egli la definiva natura intangibile e distingueva lo spazio occupato dai corpi, il topos, da quello vuoto, il kenon. Tra l’altro questa concezione era nettamente contraria all’aristotelismo poichè non essendo né una sostanza, né un accidente il vuoto non rientrava nel sistema delle categorie.

All’inizio dell’epistola ad Erodoto, vengono espressi due principi generali:

Nulla nasce da nulla e nulla finisce nel nulla

A conferma di ciò Epicuro si richiama all’esperienza poiché i corpi nascono sempre da materia preesistente; questo principio implica che tra i processi fisici ci siano sempre connessioni causali.

L’universo è stato e sarà sempre composto dagli stessi atomi e vuoto

Se, infatti, l’universo comprende tutto l’esistente, al di fuori di esso non c’è nulla che possa causare un cambiamento, ad esempio con l’aggiunta di altri elementi, e neppure nulla che lo possa limitare, perciò l’universo è infinito come anche il vuoto e gli atomi.

Il vuoto non fa resistenza agli atomi che si muovono alla stessa velocità, in qualunque direzione vadano; in realtà, a causa del peso, dovrebbero scendere tutti verso il basso, per linee parallele, ma in questo modo non si sarebbero mai originati i composti, perciò Epicuro pensò a delle deviazioni spontanee che Lucrezio, nel De rerum natura, chiama clinamen, in greco invece perènklisis, e che causano delle collisioni fra gli atomi facendoli aggregare. Questa tesi fu molto criticata dagli avversari di Epicuro e venne bollata come una forma di movimento incausato, ma Epicuro poté sentirsi giustificato dal fatto che si può fare esperienza anche di eventi casuali, non c’è solo la necessità fisica. Oltre al peso gli atomi hanno altre proprietà: hanno forme e dimensioni diverse e presentano resistenza rispetto ai corpi e non-resistenza rispetto al vuoto; queste ultime caratteristiche sono indicate, in un passo di Sesto Empirico, come inseparabili dai corpi, sono essenziali e necessarie, mentre il movimento e la quiete sono considerati attributi separabili dei corpi composti; gli atomi, tuttavia, sono sempre in movimento. I corpi, sebbene siano aggregati di atomi, non hanno le loro stesse proprietà, ad esempio si muovono ad una velocità diversa ed hanno altri caratteri come il colore, la temperatura.

Etica

L’etica epicurea si basa sulla fisica, che è fondata a sua volta sulla logica canonica e che è funzionale a liberare gli uomini da due timori esistenziali: quello della morte e quello degli dei, due principi del cosiddetto quadrifarmaco. In questo modo, però, il mondo appare privo di un ordine stabile e di un disegno provvidenziale. Perciò l’etica di Epicuro può essere intesa come un tentativo di creare un ambito di ordine e felicità nella vita umana. La felicità viene assimilata al piacere (edonè, da cui etica edonistica) che diventa, quindi, il criterio di valutazione per il bene ed il male morale, per virtù e vizi; nell’epistola ad Erodoto, tra l’altro, le affezioni sono incluse nei criteri di verità, ma è l’epistola a Meneceo quella che contiene un’epitome incentrata sull’etica. Ci sono due tipi di piacere: quello stabile o catastematico, che consiste nel non soffrire e agitarsi, e quello in movimento o cinetico che sta nella gioia e nella letizia. Solo il piacere catastematico porta alla felicità, identificata perciò con l’atarassia, che si riferisce allo spirito in quanto assenza di turbamento dell’anima, e con l’aponia, riferita al corpo in quanto assenza di dolore: in questo senso si può dire che Epicuro abbia una concezione negativa del piacere, funzionale anche a rendere la felicità più accessibile, poiché essa si identifica con il semplice soddisfacimento dei bisogni naturali e necessari, quelli che portano alla morte se non appagati. Quei desideri artificiali come la gloria, gli onori, sono bisogni né naturali né artificiali e possono anche essere nocivi perchè l’ambizione politica causa turbamento e quindi destabilizza l’atarassia, da ciò il famoso precetto vivi nascosto. In conclusione, l’etica epicurea si può definire come una forma di razionalismo morale, poiché non sostiene l’abbandono smodato ai godimenti, ma il calcolo dei piaceri e dei bisogni, per raggiungere la misura più equilibrata.

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